"Voi avete scelto come vivere, noi vi insegneremo come morire"

Aschenore è l'attuale Guardiano della Casata Laoconte, casata alla chiamata della quale l'intero Caos risponde quando invocato sulle Terre di Vilegis.

L'animale che rappresenta Laoconte è il Corvo, ed è di questa oscura Casata l'appartenenza del Culto dei Creatori.

La casata Laoconte rappresenta l’ordine naturale delle cose, la morte è accettata come giusta fine del ciclo, ineluttabile ed inevitabile, necessaria per l’equilibrio.

Allo stesso modo la venerazione del Creatori, essi sono l’ordine naturale delle cose sebbene siano entità avide ed egoiste.

Essi devono essere serviti, non perché chi lo fa ne tragga un'intrinseca soddisfazione, ma perché fa parte di un dovere che qualcuno deve prendere sulle proprie spalle, e questo qualcuno non può che essere colui che più a fondo conosce questa materia.

Laoconte è il conservatore, figlio di antichissime tradizioni inviolabili, che si adopera per custodire memorie e conoscenze oscure, dimenticate e proibite, tramandandole a coloro che si dimostrano degni e ben conscio che da tale sapere derivi un peso che dovrà essere sostenuto.

Coloro che seguono Aschenore sono semplicemente individui che mettono da parte la valutazione etica di fronte ad un dovere più grande, gli atti che molti potrebbero giudicare come empi verrano compiuti non per piacere o per interesse personale, ed anzi, spesso compiuti a malincuore.

Tuttavia qualcuno deve pur farlo.

Di recente, Aschenore ha preso in sè lo Spettro della Morte, lasciatogli dal fratello Demostene Laoconte prima della sua dipartita ultima, rendendolo di fatto Guardiano della Casata.

"La Morte è quella cosa che in ogni tempo, in ogni luogo, da ciascuno, è temuta. E’ l’ultimo viaggio, l’estrema partenza, la soglia maledette che nessuno vuole varcare.


Ed è questo atteggiamento, le cui vele sono generosamente gonfiate dai venti dell’egoismo, dalla vanagloria e dal progressismo, porta inevitabilmente tutti gli uomini ad accantonare quei pensieri, a dimenticare che tutto ad un certo punto cessa di esistere.


Servi e padroni, contadini e re, uomini e Guardiani, tutti sono accomunati da un profondo senso di ottimismo che li porta a pensare a sé stessi come ad immortali, a ricercare mezzi e poteri nella speranza di sopravvivere al tempo che passa.


Per questo io devo esistere. Per svelare questa menzogna.


Io sono lo specchio nero in cui né servi, né padroni, né contadini, né re, né uomini, né Guardiani, sono disposti a guardare: sono il riflesso oscuro del tempo che passa, dei respiri affannati dei moribondi che non respirano ma sfiatano dai loro corpi, sono il lamento di chi resta in vita, il pianto disperato della madre che sopravvive al figlio.
Sono il brivido sulla schiena che ignorate quando siete felici, sono gli occhi che vi sentite addosso quando di notte scivolate tra i vicoli delle vostre città.


Quando siete tesi nell’attesa di uno scontro o quando la vostra lama si nasconde nell’oscurità in attesa della gola giusta da recidere, io sono quello spasmo involontario che vi fa cambiare la presa sull’impugnatura, sono la mano che si stringe, no, che si aggrappa a quell’arma come se fosse un cima per un uomo che annega.
Sono evitato, convocato con riserva, sono l’uomo che non vuoi al capezzale dei tuoi cari ammalati, sono quello che, così qualcuno ti ha detto, ha sempre sete di sangue e sofferenza e quindi, semplicemente, sono quello di cui vuoi dimenticare l’esistenza.


Ma io cammino nelle tue strade, chiamo a me vecchi e fanciulli, tutti sentono la mia voce ma la maggior parte finge che sia il rumore di una finestra che sbatte, guardano i corvi sui campi e sentono che il tempo si avvicina: preparano gabbie di vimini, le riempiono con animale e se l’anno è stato particolarmente duro anche di persone, donano tutto alle fiamme, proprio come gli ho insegnato.


Lo fanno maledicendomi, come se fosse un mio capriccio, lo fanno odiando me per non odiare sé stessi. Lo fanno convincendosi di essere stati costretti, lo fanno sapendo che il pentimento che sentono durerà poche ore. Ma lo fanno. E sono loro a sceglierlo.


Io non traccio rotte, io mostro tutte le strade. Io sono il padre severo ma giusto. Ma severo.
Io sono Aschenore Laoconte. Tu non lo sai, ma una piccola parte di te, mi appartiene già." - Aschenore Laoconte

Laoconte ed il Caos

Quando l'Araldo del Caos Indiviso, Thaor, e l'allora Campione di Tzeentch Alleyster Frejord iniziarono ad avvicinarsi alle tenebre di Laoconte, la Chiamata del Corvo divenne talmente forte ed irresistibile da far sì che essi si allontanassero dall'antico retaggio che aveva sempre accomunato il sangue del Drago alle schiere caotiche del contingente destinato all terre di Vilegis.

Una tradizione che si andava ad affievolire nel tempo, un'alleanza di sangue quella con Soldraconis che stava svanendo nelle nebbie del tempo assieme al suo Guardiano, il Caos per suo stesso concetto iniziò a riconoscersi nel Corvo in quanto forza che venera entità la cui ragione di esistere è fine a sè stessa, portando molti dei cultisti ad avvicinarsi allo Spettro di Laoconte in quanto il sapere è per loro insieme arma, mezzo e scopo finale, dato che da esso si può trarre tutto ciò che gli serve per piegare gli eventi a loro favore di fronte a compiti che per i Quattro o per i Creatori devono essere portati alla propria conseguenza.

Ed è proprio questo avvicinarsi al Corvo da parte di menti di grande potere che ha permesso ad Alleyster Frejord di divenire il Dekatrista di Laoconte, evento che lo ha sconvolto a tal punto di fronte all'eterno orrore nel vuoto tra le stelle da averlo spinto ad abbandonare spontaneamente la sua carica di Campione Mortale di Tzeentch ed andare in peregrinaggio per le Terre del Caos nel tentativo di affrontare la sua nuova, orribile verità. 

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